Tasse: frenano la produttività?

E’ ormai risaputo che in Italia la tassazione è tra le più alte, se non la più alta d’Europa. Gran parte di quello che un’azienda riesce a guadagnare al lordo, al netto delle tasse viene notevolmente diminuito.

Tutto questo spinge molte industrie a chiudere gli stabilimenti nel Bel Paese per aprirli altrove, solitamente nei Paesi dell’Est, dove i costi di produzione sono molto inferiori e la tassazione è notevolmente inferiore a quella dell’Italia.

Il tasso di crescita di un Paese e la sua produttività, figlia principalmente del comparto industriale, indicano lo Stato di salute della nazione stessa. Se non c’è crescita, se non si produce, il Paese non può essere un Paese sano, in grado di provvedere al sostentamento dei suoi abitanti. In Italia, dove il settore industriale è da almeno cinquant’anni la locomotiva del Paese, il settore trainante che ha consentito il famoso boom economico degli anni 60, dopo le ristrettezze e l’austerity del dopoguerra.

Oggi quello stesso settore affanna, arranca, schiacciato da una crisi che non sembra avere fine e dalle tasse che gravano con sempre maggiore importanza sui bilanci aziendali; sono sempre di più le industrie che falliscono, costrette a mettere i dipendenti, padri di famiglia, in condizioni di cassa integrazione perché l’azienda non è più in grado di offrire loro un lavoro stabile e la relativa sicurezza economica.

Le tasse, per come sono applicate nel nostro Paese, sono uno dei fattori principali di freno della produttività e dell’economia, in una situazione di stallo; perché se è vero, da un lato, che le casse dello Stato hanno bisogno di essere rimpinguate e che chi produce sul suolo italiano ha il dovere di versare una quota allo Stato, è pur vero che un regime di tassazione elevato come quello italiano, sia una delle cause dell’elevatissima evasione fiscale nel nostro Paese, tra le più elevate dell’intero Continente.

Per un discorso logico, ma puramente teorico, se lo Stato chiede più tasse, nelle sue casse dovrebbero entrare più soldi; ma questo discorso non può essere applicato alla realtà, alla pratica, perché se si aumentano le tasse, un contribuente è tentato di non pagare per intero, o non pagare per niente, perché diventa un salasso troppo spesso insostenibile; è stato dimostrato che nei Paesi dove la tassazione è inferiore a quella dell’Italia, il gettito fiscale è maggiore e l’evasione minore.

Una tassazione elevata contribuisce anche a ridurre i consumi, oltre a diminuire la produzione, perché i contribuenti onesti, che hanno sempre pagato quanto dovuto allo Stato, assistono impotenti alla diminuzione del loro potere d’acquisto e, secondo una delle leggi fondamentali dell’economia, quando diminuisce la domanda per forza di cose cala l’offerta; è un circolo vizioso dal quale è necessario trovare una rapida via di uscita.

Se si vuole fare in modo che in Italia il comparto industriale cresca e torni a produrre, bisognerebbe per prima cosa diminuire la pressione fiscale cosicché le aziende siano più propense a investire in Italia, creando anche posti di lavoro che aumenterebbero quindi la produttività e il potere di acquisto delle famiglie che tornerebbero ad acquistare facendo aumentare la domanda e di conseguenza l’offerta.

L’Italia ha bisogno di produrre e ha bisogno di un governo che attui misure di contenimento della tassazione sulla produttività; la fuga dei capitali all’estero, l’evasione fiscale, il fallimento delle aziende, sono la conseguenza, diretta o indiretta, anche di un regime fiscale divenuto ormai insostenibile dagli italiani onesti.