Il dopo-Monti per l’economia

La grande crisi che ha colpito l’Italia e più in generale tutta la zona euro a partire dall’estate del 2011, costrinse l’esecutivo capeggiato dall’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi a rassegnare le dimissioni nel mese di Novembre dopo un paio di manovre correttivi che non riuscirono ad ottenere la risposta voluta in primis dai mercati finanziari e poi anche agli occhi dei vari partner europei e soprattutto Germania e Francia. Come noto, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano una volta ricevute le dimissioni da parte di Berlusconi decise dopo alcune consultazioni politiche di assegnare il mandato dal professor Mario Monti per la costituzione di quello che doveva essere un Governo tecnico e costituito da tecnici, orientato alla messa in ordine dei conti attraverso una fase di ristrutturazione dell’economia italiana.

Cerchiamo, dunque, di capire quale sarà lo scenario che si potrebbe presentare una volta che Monti abbia terminato il proprio mandato, termine fissato per la prossima primavera in virtù della fine natura della legislatura in atto e con conseguenti elezioni politiche. La prima e più importante azione eseguita dal Governo Monti è stata senza dubbio quella di varare il cosiddetto Decreto Salva Italia con il quale si è riusciti a scongiurare il rischio di giungere ad un default del sistema amministrativo italiano. Come noto il più grande fardello che il nostro Paese porta è quello del debito pubblico arrivato a passare nel corso degli ultimi 30 anni dal 60% del prodotto interno lordo alla stratosferica quota del 120%.

Una situazione insostenibile nel medio e lungo periodo aggravato dai mercati finanziari sui quali c’è stata una forte speculazione sfruttando l’ampliarsi in maniera incontrollata e selvaggia del cosiddetto spread ed ossia il differenziale tra i titoli di stato italiani e i bundes tedeschi. In particolare il dato più allarmante riguardava lo spread tra i titoli decennali che raggiunse all’inizio del mese di novembre la quota di 575 punti base per un tasso di rendimento superiore al 7%. Questo in poche parole, costringeva l’Italia a rifinanziare il proprio debito pubblico a tassi di interesse assolutamente insostenibili. Dunque, Monti ha cercato per prima cosa di ridare credibilità all’Italia a livello internazionale operando alcune ristrutturazioni senza dubbio molto pesanti dal punto di vista dei cittadini ma assolutamente necessarie e che andavano fatte in passato in maniera progressiva nel corso degli anni. Il primo provvedimento ha riguardato il sistema pensionistico.

Quello in vigore fino allo scorso anno era molto squilibrato in quanto si era venuta a creare la situazione per la quale in Italia i costi annuali da espletare per il pagamento delle pensioni fosse di gran lunga maggiore rispetto agli introiti provenienti dal pagamento dei contributi previdenziali corrisposti dai lavoratori. È evidente che un sistema così strutturato prima o poi avrebbe portato ad una insolvenza per mancanza di fondi. Dunque si è deciso di aumentare progressivamente nel corso dei prossimi quattro anni l’età per accedere alla pensione e con importi mensili che verranno calcolati in base a quanto si è versato, quindi il sistema è diventato contributivo. Pertanto, quando sarà entrato pienamente in regime la riforma che grosso modo mette l’Italia in linea con la media europea, i cittadini italiani si troveranno a lavorare qualche anno in più con la sicurezza però di poter accedere alla pensione. Altro aspetto importante sono le misure che si è deciso di prendere in considerazione per abbassare il livello di evasione fiscale. In Italia, dati più o meno condivisi da parte delle varie associazioni e parti sociali, parlano di un sommerso che sottrarrebbe alle casse dello stato qualcosa come 150 miliardi di euro l’anno.

Cifra questa che se recuperata metterebbe tutto il sistema italiano in una situazione molto migliore in quanto porterebbe ad un immediato abbassamento del regime fiscale che in questo momento è del 49,5% e praticamente non ha eguali non solo in Europa ma in tutto il mondo. Anche il mondo di lavoro sta subendo una trasformazione quasi epocale. Infatti, la riforma che sta portando avanti il Ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Elsa Fornero, oltre a prevedere l’allungamento dell’età pensionabile porterà una serie di misure che negli intendimenti del Governo dovrebbe dare un certo slancio alla ripresa della crescita e alla competitività delle imprese italiane che invece in questo momento si trovano in una palese difficoltà.

Il punto cruciale e di massimo scontro riguarda la modifica dell’articolo 18, attraverso la quale si vuole aumentare la flessibilità in uscita per i lavoratori e cioè dare la possibilità alle aziende che si trovano in un momento di difficoltà comprovata di alleggerire i propri costi fissi chiudendo il rapporto collaborativo, in maniera temporanea, ad un numero di dipendenti congruo con le effettive necessità. Ciò dovrebbe portare alle aziende ad assumere con più facilità visto che comunque si sentirebbero maggiormente tutelate da questo punto di vista. Per i lavoratori allontanati, invece, ci saranno una serie di ammortizzatori sociali elargiti in egual misura dallo Stato e dalla azienda che tramite un meccanismo ben articolato dovrebbe consentire al lavoratore di essere reinserito nella stessa realtà produttiva oppure in altre imprese. Sempre in questi termini la riforma del lavoro porterà ad un maggiore tassazione per i cosiddetti contratti a termine mentre invece quelli a temo indeterminato saranno incentivati da un punto di vista fiscale. Infine, non saranno più consentite le cosiddette false partite iva con le quali molte aziende intrecciavano rapporti lavorativi riuscendo ad abbattere i costi e gli oneri fiscali rispetto ad un normale contratto.

Altra ristrutturazione in atto è quella riguardante la pubblica amministrazione. L’obiettivo è quello di limare tantissimo gli eccessivi costi provenienti dalla spesa pubblica attraverso la cosiddetta spending review. In Italia si è creata una situazione abnorme ed ossia le aziende private che si sono trovate ad eseguire commissioni di qualsiasi genere e campo di applicazioni nel settore pubblico, hanno e stanno cercando di sopportare dei lunghissimi ritardi per ottenere il giusto pagamento. Questo è uno dei principali motivi per cui molte aziende si sono trovate in una difficoltà di liquidità con l’ulteriore beffa di non riuscire ad accedere al credito in quanto Banche ed Istituti soprattutto negli ultimi due anni, si sono mostrate molto restie a rilasciare finanziamenti, prestiti e mutui se non dietro la presentazione di garanzie assolutamente sproporzionate e praticamente difficili da possedere. In quest’ottica il Governo Monti vuole abbassare la spesa pubblica e cercare di ricreare quel sistema che vedeva come le commissioni per lavori pubblici il top per le aziende private soprattutto in ragione di un pagamento puntuale e sicuro.

I tagli alla spesa pubblica andranno a toccare varie sfere a partire dall’amministrazione pubblica con la riduzione del numero di provincie e comuni fino ad arrivare ad una gestione più oculata degli investimenti e delle spese di qualsiasi genere soprattutto per ciò che concerne il settore sanitario. Dunque, nel dopo Monti l’economia italiana dovrebbe essere più equilibrata ed in sintonia con quelli che sono gli standard internazionali al fine di essere maggiormente competitiva e produttiva.